Gettare al vento il proprio talento. Quando l’eroe vuole essere come tutti

C’è chi nasce con nessun talento, chi con uno, chi con uno grosso grosso e chi se ne ritrova addirittura due: il primo è quello limpido e cristallino del saper fare una cosa come nessun altro al mondo mentre il secondo è quello di riuscire a farsi amare per quel “dono” e al di sopra di quel “dono”.

Cristiano Ronaldo ha un talento enorme ma non ci sta particolarmente simpatico, Messi è il giocatore più grande del mondo ma è schivo e distante, Maradona… eh Maradona. 

Proprio l’altro giorno scrollando sulle storie di Facebook (mi perdonino i più giovani) mi ritrovo davanti a questa scena: anni ‘80, una strada che poteva essere Napoli come Buenos Aires, un sacco di gente ai lati quasi fossero le due onde del Mar Rosso nei Dieci Comandamenti e in mezzo una strada, il Mosé moderno e una porta con un bambino focomelico che faceva da portiere. Diego tira (con il chiaro obiettivo di farsela parare) ma la palla entra lo stesso in porta. Comunque sono tutti felici. Ma lui no. Ferma tutto, inventa una scusa e ritira. Il tiro è parato e tutti piangono di felicità. Più felici di prima. Più bello di prima. Lo iato tra il pensiero e l’azione spesso è una distanza incolmabile nelle situazioni in cui ci ritroviamo con il rimpianto del “se fosse stato”. 

Quel se fosse stato che assume connotati quasi antropologici: e se lui fosse stato diverso? Qualcuno potrebbe dire che non sarebbe più stato lui. Eppure se nessuno oggi oserebbe lasciare fuori Diego dalla top 4 del calcio mondiale (e dico 4 per stare larga), viene da chiedersi che tipo di eroe fosse. Un eroe del suo tempo, romantico alla maniera di Cyrano e ugualmente destinato forse alla sua fine? Certo, le sue gesta non sono rimaste nell’ombra ma altri aspetti della sua vita sono stati più spesso discutibili. Quanta consapevolezza c’era in quel suo buttare al vento il proprio talento? Quanta ne aveva il gruppo che lo circondava? Diego Armando Maradona è un leader moderno? La risposta con tutta probabilità è che no, non lo è!

Siamo disposti ad ammettere che c’è una certa bellezza tragica nel vedere qualcuno con un grande potenziale che lo dissipa. È una storia che ci commuove e ci fa riflettere sulla fragilità della vita e delle umane ambizioni. Però ugualmente siamo consapevoli che manca un pezzo di storia. Manca il secondo tempo. Il riscatto sta “solo” nell’essere riuscito col proprio talento ad andare oltre una condizione di partenza sfavorevole. Non è cosa da poco, è già un atto di volontà. Ma manca la tensione finale estrema, il superamento della difficoltà stessa capace di migliorarci.

E nella vita di Diego lo storytelling stava andando verso quella direzione, verso un riscatto che ha visto l’antidoping sbarrargli la strada di questa epifania finale. Erano i mondiali USA del ‘94, lui era tornato e pure i suoi fantasmi. L’impressione che emerse fu quella di un uomo solo, non più leader, un uomo fragile. Un uomo che ha sbagliato, d’altra parte, gli errori esistono. Nell’imprevedibilità degli eventi (a volte anche determinati dalle stesse azioni dei protagonisti) è sempre più frequente poter sbagliare e trovarsi vulnerabili e ammetterlo parrebbe un atto di fragilità. Quel che è richiesto oggi a un leader è allenare l’umiltà situazionale (legata quindi alla specifica situazione che sta vivendo e non come una componente della persona) esercitando l’antifragilità, cioè quella capacità di poter ricomporre i pezzi dopo una rottura, dando valore a quella stessa rottura. Tra le competenze di un leader non c’è più l’idea di pensarlo solo, forte, trascinatore e imbattibile, ma come colui che, più degli altri, è in grado di riconoscere con umiltà i propri errori, sapendo chiedere aiuto quando è opportuno.  

E questo nei team che si occupano di cambiamento (per esempio chi si occupa di innovazione) o che inevitabilmente sono soggetti a cambiamenti (esterni) è un elemento imprescindibile: saper errare e lasciare ai dubbi la possibilità di circolare rende più facile la risoluzione dei problemi, li anticipa rendendoli solubili e mai insormontabili. 

Come ci insegna l’arte del Kintsugi, che riesce a dare valore alle crepe e alle rotture, rendendo ancora più prezioso l’oggetto ricomposto. Nel calcio, sul lavoro, nella vita poter parlare delle piccole crepe permette di anticipare la rottura. E laddove la rottura dovesse proprio avvenire non ci coglierebbe completamente impreparati. Un leader più di tutti ha l’onere di tenere insieme i pezzi senza dimenticarsi delle ferite, anche delle proprie.

Penso ancora a Maradona e a Manu Chao che gli dedicò un pezzo dal titolo “La vida tómbola”:  “La vida es una tómbola, de noche y de día”. Nella tómbola è il caso che governa. E prima o poi si finisce per perdere… 

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