Giocare senza confini: come i videogiochi insegnano alle aziende a fare squadra con la diversità culturale

Videogiochi e diversità culturale

Quando Ubisoft ha iniziato a sviluppare Assassin’s Creed III, ambientato nel Nordamerica coloniale del Settecento, il team si è trovato di fronte a un problema che nessun motore grafico poteva risolvere.

Come rappresentare la cultura Mohawk senza sbagliarsi, senza offendere, senza appiattire secoli di tradizione in un costume da scena?

La risposta è arrivata da Thomas Deer, consulente culturale della comunità Kahnawà:ke. È stato lui a spiegare al team che le maschere cerimoniali non si toccano e che il nome del protagonista – Connor – andava autorizzato dalla comunità, perché nella cultura Mohawk ogni nome deve essere unico.

Che certi canti spirituali non sono colonne sonore, sono luoghi sacri.

Quella che sembrava una questione di sensibilità culturale era, in realtà, un problema di progettazione. E come tutti i problemi di progettazione, richiedeva un metodo.

Il rischio dell’appropriazione culturale nei media digitali

L’appropriazione culturale è uno dei temi più polarizzanti del dibattito contemporaneo e l’industria dei videogiochi ne è investita in pieno. Non perché i developer siano necessariamente superficiali, ma perché la scala globale di produzione e distribuzione amplifica ogni scelta.

Un dettaglio sbagliato su un vestito, un gesto frainteso, un elemento sacro trasformato in easter egg raggiunge contemporaneamente milioni di giocatori in decine di paesi.

Assassin’s Creed Shadows, ambientato nel Giappone feudale, ha generato una controversia significativa proprio su questo terreno: parte della comunità giapponese ha sollevato obiezioni su alcune rappresentazioni della storia e della cultura nipponica, costringendo Ubisoft a pubblicare una lettera di scuse in cui riconosceva gli errori e ribadiva l’intenzione di rappresentare il passato con rispetto e rigore. 

Ma quindi i videogiochi devono essere storicamente accurati?

La fiction ha le sue licenze e nessuno si aspetta che un action game sia un trattato universitario.

Il punto, però, è come si costruisce la consapevolezza culturale all’interno di un team creativo, prima che i danni siano visibili sul prodotto finito.

La risposta dell’industria: il Cultural Consultant

Negli ultimi anni i grandi studi di sviluppo hanno istituzionalizzato una figura che fino a poco tempo fa era quasi inesistente nel settore, il Cultural Consultant – un professionista il cui compito è garantire che la rappresentazione di una cultura specifica sia autentica.

Per Assassin’s Creed Mirage, ambientato nella Baghdad del IX secolo, Ubisoft ha collaborato con la storica Glaire Anderson, fondatrice del Digital Lab for Islamic Visual Culture & Collections. 

Anderson ha presentato i risultati di quella collaborazione alla GDC 2024, sottolineando un punto che vale la pena leggere: “assumere esperti culturali durante lo sviluppo accelera il lavoro, non lo rallenta. Il team di sviluppo, avendo una base solida su cui costruire, ha potuto fare scelte creative più sicure e più ambiziose.”

Per Assassin’s Creed Origins, invece, Ubisoft ha ingaggiato una egittologa che ha lavorato per quattro anni al fianco del team. 

Ha tenuto seminari agli artisti, ha risposto a migliaia di domande su dettagli di vita quotidiana dell’Egitto tolemaico, ha guidato la ricostruzione di ambienti che altrimenti sarebbero rimasti generici e interscambiabili.

In tutti questi casi, il modello è lo stesso: la competenza culturale entra nel processo creativo prima, non dopo, come un vero e proprio ingrediente progettuale.

Rispetto? No, qualità del processo creativo.

C’è un fraintendimento ricorrente quando si parla di diversità nei team creativi; che si tratti di una concessione etica, di un costo necessario, di qualcosa che “si deve fare”.

I dati dell’industria raccontano un’altra storia.

I team multiculturali che integrano prospettive diverse fin dalla fase di ideazione producono prodotti più ricchi, più coerenti, più capaci di risuonare con pubblici diversi. 

Il Culture Consulting – così lo chiama chi studia questa disciplina emergente – è un amplificatore per la creatività.

Un modo per trasformare la complessità culturale da rischio in risorsa.

È esattamente la logica che in Laborplay esploriamo con i serious game applicati allo sviluppo dei team: strumenti che rendono visibili dinamiche di collaborazione, negoziazione e fiducia che in un contesto ordinario resterebbero latenti. 

Come esploriamo nell’articolo su Fable e le dinamiche di scelta nei team, i videogiochi sono già da tempo uno spazio privilegiato di osservazione su come le persone gestiscono relazioni complesse sotto pressione.

Il pattern che si può importare in azienda

Le grandi produzioni videoludiche hanno sviluppato, spesso per necessità, un modello di lavoro che le aziende – specialmente quelle che operano su mercati internazionali o gestiscono team multiculturali – potrebbero adottare con benefici concreti.

Il principio di fondo è semplice: la diversità culturale si integra dall’inizio.

Quello che cambia è il momento in cui la prospettiva “altra” entra nel lavoro. Non come revisore esterno chiamato a correggere gli errori, ma come co-progettista coinvolto fin dalle prime fasi di ideazione.

Questo cambiamento di timing trasforma il tipo di conversazione che avviene nel team. 

7 Best practice per coinvolgere il team in un processo creativo che abbracci la diversità culturale

  1. Mappa le competenze culturali già presenti nel team: prima di cercare consulenti esterni, esplora quello che esiste già. Ogni membro del team porta con sé un background culturale specifico. Renderlo visibile – e creare spazio per condividerlo – è il primo passo.
    2. Inserisci la prospettiva culturale nella fase di brief: il momento in cui si definisce l’obiettivo creativo è quello giusto per chiedersi: chi rappresentiamo? Come? Perché? Spostare queste domande al momento del lancio – invece che al momento del controllo – cambia radicalmente la qualità del risultato.
  2. Distingui tra sensibilità culturale e competenza culturale: essere sensibili a una cultura è necessario ma non sufficiente. La competenza richiede studio, esperienza diretta, confronto con chi quella cultura la vive dall’interno. I grandi studi di sviluppo ingaggiano storici, antropologi, madrelingua. Le aziende possono costruire reti di consulenza simili, anche su scala più contenuta.
  3. Crea un contesto in cui il disaccordo è produttivo: il rischio più grande nei processi creativi multiculturali non è il conflitto aperto, è il silenzio. Le persone che avvertono una stonatura culturale spesso non la segnalano per non rallentare il lavoro o per non sembrare eccessivamente critiche. Costruire un contesto psicologicamente sicuro, in cui sollevare dubbi è un contributo e non un ostacolo, è la condizione abilitante di tutto il resto.
    Su questo, il lavoro sulla sicurezza psicologica nei team è centrale.
  4. Usa il gioco come spazio di esplorazione culturale: le simulazioni e i serious game permettono di mettere alla prova dinamiche relazionali e culturali in un contesto protetto, dove gli errori hanno conseguenze limitate ma producono apprendimento reale. Strumenti come Play Your Role consentono di osservare come le persone gestiscono ruoli, aspettative e differenze di prospettiva – esattamente le competenze che un team multiculturale deve allenare.
  5. Documenta le scelte: nei team di sviluppo videoludico, la documentazione delle decisioni culturali è parte del processo: perché è stata scelta una certa rappresentazione, quali alternative sono state valutate, chi ha contribuito alla scelta. Questa pratica – applicata ai team aziendali – costruisce consapevolezza collettiva e trasparenza nei processi creativi.
  6. Valorizza l’errore come segnale, non come colpa: ogni team che lavora su temi culturalmente complessi commetterà degli errori. La differenza tra un team che impara e uno che si irrigidisce sta nella risposta a quegli errori. 

Il gioco come laboratorio di negoziazione culturale

C’è qualcosa di profondamente coerente nel fatto che l’industria che più ha faticato con il tema dell’appropriazione culturale sia anche quella che ha sviluppato i modelli più sofisticati per affrontarla. 

I videogiochi, per la loro natura narrativa e partecipativa, amplificano ogni errore di rappresentazione ma proprio per questo hanno costruito anticorpi che altre industrie non hanno ancora sviluppato.

Portare quei modelli nei contesti organizzativi significa prendere sul serio una lezione che l’industria del gioco ha imparato sulla propria pelle. La diversità culturale, se integrata nel processo con metodo e intenzione, è uno strumento creativo tra i più potenti che un team abbia a disposizione.

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