Baldur’s Gate 3: il potere dell’immaginazione

Benvenuti, carissimi e carissime, in questo dodicesimo episodio della rubrica in collaborazione con Laborplay e BardellaPsicologia dal titolo “Pixel e Neuroni”.

Come abbiamo già detto in precedenza, per tutta la durata del nostro viaggio virtuale, andremo a scoprire insieme l’importanza dei videogiochi per l’apprendimento di abilità soft utili alla vita di tutti i giorni. Squillino le trombe, perché stavolta entriamo in pompa magna: parleremo dell’acclamatissimo gioco di ruolo Baldur’s Gate 3 (BG3), sviluppato e pubblicato da Larian Studios.

La scelta del titolo per questo appuntamento è stata dettata dall’impulso, dall’amore che sto provando per un gioco che cerca in tutti i modi (e ci riesce molto bene!) di farmi tornare ai fasti della mia adolescenza, quando mentivo spudoratamente a mia madre sui compiti fatti pur di raggiungere i miei amici e giocare insieme a Dungeon and Dragons (D&D). Ovviamente, non vi ho ancora parlato di cosa sia BG3 e, per evitare che la mia parte più nostalgica prenda il controllo della situazione, cercherò di procedere con ordine.

BG3 è un gioco di ruolo a turni sviluppato da Larian Studios (Belgio, 1996) basato a sua volta sulla 5° edizione del più famoso gioco di ruolo da tavolo del mondo, ossia D&D (1° ed. 1974 – 5° ed. 2014). Il giocatore si trova catapultato in un universo magico e oscuro, dove grandi pericoli e ancora più grandi tesori attendono chiunque abbia abbastanza fegato da partire per un’avventura. Per essere precisi, tutta la trama dell’opera è ambientata nei Forgotten Realms

Forgotten Realms (a volte tradotto in Reami Perduti oppure Reami Dimenticati) è un universo immaginario per il gioco di ruolo fantasy Advanced Dungeons & Dragons (AD&D) creato negli anni ottanta dall’autore e game designer canadese Ed Greenwood, e in seguito adattato per essere usato anche nelle nuove versioni di Dungeons & Dragons.” – Wikipedia.

– e il protagonista, che può essere scelto tra i 4 disponibili o creato ex-novo, sarà un malcapitato qualsiasi che, per una serie di sfortunati eventi, sarà costretto a decidere le sorti di Faerûn (il continente principale dell’ambientazione). Sottolineo sin da subito che non esiste un solo finale, oppure una coppia di finali polarizzati bene/male. Chiunque abbia idea del perché i GDR siano stati creati sa benissimo che ciò che fa la differenza in titoli come questi è una sola: la possibilità di scelta nelle diverse situazioni proposte.

Sarete mercenari incalliti, capaci di pensare solo al vostro tornaconto, maghi o stregoni in cerca di potere, oppure veri e propri paladini del popolo? Questi sono solo alcuni degli innumerevoli esempi che si potrebbero fare rispetto alle infinite scelte che l’opera vi permette di compiere. D’altronde, è stato creato da veri e propri nerd incalliti che dopo aver programmato per dieci o dodici ore non vedevano l’ora di prendere il set di dadi, ordinare d’asporto e mettersi a giocare come adolescenti a uno dei più iconici giochi di ruolo mai creati: D&D!(Ah, ricordiamoci che ci hanno messo 4 anni a farlo, cosa aliena per l’industria dei videogiochi. La cura maniacale con la quale il tutto è stato rifinito e confezionato è il vero marchio di fabbrica di una software house che ha ancora a cuore la cosa più importante per i player, ossia il divertimento!)

Immaginazione e immortalità

La domanda che vi pongo è la seguente: ma voi, a Dungeon and Dragons, ci avete mai giocato?

Da un po’ di tempo a questa parte, grazie anche al contributo di serie Netflix mainstream come “Stranger Things” o “The Big Bang Theory”, il famosissimo gioco di ruolo pen and paper è entrato nella cultura e nel linguaggio pop della maggior parte delle persone. Infatti, quando si parla di D&D la prima immagine che ci viene in mente è quella di un gruppo di ragazzi e ragazze vestiti a tema che lanciano dadi come se fossero parti rituali di un incantesimo, il tutto tra cartoni di pizza incrostati di mozzarella. Si potrebbe pensare, alla fine, di star assistendo a uno spettacolo di dubbio gusto; quello che, però, spesso sfugge all’occhio, è quanto di mentale e potente stia avvenendo nei loro cervelli. 

Fin da quando siamo piccoli ci dicono che il potere dell’immaginazione è infinito e la vita umana, senza di esso, sarebbe nulla o, quantomeno, decisamente più grigia. Ci troviamo molte volte a discutere della spensierata fantasia che potevamo esprimere da bambini, di come l’esito concreto della prestazione fosse messo in secondo piano rispetto all’atto creativo stesso; ecco, ora vi invito a immaginare quei quattro nerd di cui parlavo sopra, vestiti a tema (io sta cosa non l’ho mai fatta comunque, mi sento quasi invidioso!), e di cogliere la potenza creativa espressa da ognuno di loro. Nel creare personaggi, dare loro una storia e lasciare che sia il fato (e i dadi ovviamente) a decidere del loro destino assistiamo all’atto umano per eccellenza, quello della creatività.

Scoprire tesori, sconfiggere mostri ed esplorare nuove lande sono attività che chiunque, indipendentemente dall’età, sogna di fare. Combattere la routine a suon di dadi, scegliere di essere un potente mago o un ferreo combattente, tutto questo è un modo sano e formativo per potenziare l’unico vero personaggio che giocheremo per tutta la vita: noi stessi. Dopo aver scritto questo breve paragrafo mi è venuta in mente una delle frasi più celebri che mi accompagnano da quando ho scoperto la magia della lettura: “Chi non legge, a settanta anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto cinquemila anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’Infinito. Perché la lettura è un’immortalità all’indietro” – Umberto Eco.

Vorrei modificare la sentenza, aggiungendo una piccola parentesi: “Chi non legge (o non ha mai giocato a un gioco di ruolo cartaceo con gli amici)“. Sono abbastanza sicuro che il maestro Eco me la farebbe passare. Spero.

Tecnicismi statistici

Non mi voglio addentrare nel sistema di classi o statistiche parlandovene in maniera approfondita, perché vorrei che BG3 fosse visto per quella che, a mio avviso, è la sua miglior qualità fruibile da chiunque, anche dai profani, ossia la narrativa. Qualsiasi tipo di sfida ci sarà posta durante il gioco, non importa quale protagonista decideremo di interpretare, avremo sempre ampio spazio per sperimentare diverse risoluzioni. Siano esse di dialogo – intere battaglie possono essere evitate se si dispongono delle giuste abilità oratorie – o esplorative di combattimento, l’ambiente sarà sempre responsivo alle nostre azioni.

Una delle qualità che il gioco allena, tanto quanto la sua controparte cartacea, è il Problem Solving e il Forward Thinking. Dalle nostre scelte, come detto in precedenza, dipenderà il futuro del continente e i ragazzi e le ragazze di Larian Studios sono stati bravissimi a rendere il mondo di gioco vivo e credibile. L’effetto domino che saremo in grado di creare avrà eco dal primo al terzo atto di gioco, quello finale appunto: la conclusione della nostra avventura nel mondo dei Forgotten Realms sarà molto spesso diversa per ogni giocatore. L’intreccio narrativo ha un ché di incredibile, la scrittura è paragonabile a quella di un fantasy dai toni epici, non senza una discreta spolverata di pulp e mistero.

Parlando di Problem Solving, ma non voglio raccontarvi troppo per evitare di togliervi il gusto della scoperta, il giocatore è spinto a esplorare, interrogarsi e capire cosa veramente si possa fare per far fronte alle problematiche poste durante l’avventura, che non sono mai noiose né scontate. L’approccio al titolo è pensato per tutti, sia esperti che neofiti, e si vede. Partendo dalla difficoltà, selezionando la voce “story mode” potremo goderci al 100% la narrativa senza preoccuparci di dover affinare le nostre abilità tattiche, così come, se siamo veterani della serie, potremo metterci alla prova con la “modalità onore” estremamente ostica ed epica, specialmente nelle battaglie dove i nemici saranno più forti, aggressivi e intelligenti: in questo caso una pianificazione tattica d’eccellenza sarà indispensabile. Questo perché, il team di sviluppo, ha lavorato molto nel mondo dell’educazione, specialmente quello dell’infanzia, e ha saputo trarne il meglio da quell’esperienza. Determinare il livello dei problemi da risolvere, suggerire approcci e incoraggiare il pensiero divergente. Una domanda, più risposte efficaci e coerenti con il nostro modo di giocare.

Lo stesso vale per la parte legata al Forward Thinking: meglio estorcere adesso qualche moneta d’oro a uno gnomo che abbiamo salvato dalla prigionia, oppure attendere che torni nella sua casa a Baldur’s Gate, per ricevere potenzialmente una ricompensa maggiore? Colpire ora che lo abbiamo a tiro un potente tiranno del popolo o collaborare con lui per tradirlo in un secondo momento, quando meno se lo aspetta? Possiamo anche scegliere di non tradirlo affatto, e interpretare il lato più oscuro della nostra anima.

La scelta è solo nostra!

Bene, siamo alla conclusione, se non è questo articolo a mettervi la voglia di spendere 130 ore di pura fantasia in un mondo vivo e vibrante come quello di BG3 vi invito a guardare qualche video su youtube, oppure a leggere in rete qualche spunto sulla trama. Da solo, l’incipit, è abbastanza entusiasmante da mettere nel giusto mood anche il giocatore meno attento.

Partite per Faerûn dunque. Non vi prometto che tornerete, come Gandalf disse a Bilbo nello Hobbit, ma se lo farete, non sarete più gli stessi.

A presto, amici e amiche di Laborplay!

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