A normal lost phone

Lo ammetto: uno tra i videogiochi che rientra nella lista di “serious games” che fornisco agli studenti di comunicazione non è, esattamente, un Serious Game.

Non ha infatti un intento propriamente “didattico”, ma si orienta verso la sensibilizzazione su un tema quanto mai importante.

Parliamo di A Normal Lost Phone (Accidental Queens, Seaven Studio, 2017), disponibile per PC ma anche in versione mobile. Nonostante la gelosia che spesso accompagna i PC gamer verso i giochi rilasciati per il loro device, la versione su cellulare, inaspettatamente, è anche quella maggiormente consigliata.

Non si tratta di una motivazione tecnica, ma di una questione di immersione. Il gioco, infatti, parla di un telefono smarrito, ritrovato dal giocatore. Sarà suo compito esplorare app, messaggi, fotografie, social media e blog per riuscire a individuare il legittimo proprietario. In un gioco di finzione che da digitale ritorna quasi fisico, il telefono del giocatore diventa quello del personaggio misterioso, permettendo di immedesimarci in questa ricerca dai toni cangianti.

Ciò che parte, infatti, come un semplice gioco investigativo, fatto di indizi e logica, si trasforma presto in quella zona grigia che è “l’invasione della privacy, ma per un buon motivo”. Più leggeremo più capiremo i retroscena privati della vita, delle gioie e delle complessità di una persona, andando sempre più a fondo in un turbinio di curiosità, senso di colpa e preoccupazione.

Trovando quel telefono, infatti, abbiamo incrociato la storia di una giovane donna transgender e del suo lento e delicato viaggio verso il suo coming out in un ambiente sociale e famigliare ostile e diffidente. Ci approcceremo così agli angoli più bui della sua esistenza ma anche, con sollievo, ai punti luminosi: gli amici, online più che in real life.

Questo ci ricorda l’importanza di quelle che vengono definite “relazioni parasociali”, termine ombrello che qualcuno utilizza anche per indicare quei rapporti che nascono e si sviluppano in rete, quasi a volerli differenziare dai rapporti “veri”, che si mantengono nel mondo analogico.

Eppure, per tante persone, soprattutto i giovani, non c’è differenza tra l’autenticità dei rapporti online e offline. Anzi, questi ultimi possono costituire una vera e propria rete di sicurezza contro l’isolamento sociale, con il valore aggiunto di poter essere se stessi, senza filtri, grazie all’anonimato del proprio nickname e alla scelta consapevole di un avatar, di un corpo che veramente sentiamo ci rappresenti.
Secondo stime non ufficiali, le persone transgender in Italia sono circa 500.000. Mezzo milione di persone che combatte ogni giorno con problemi quotidiani (dai bagni divisi per generi nelle scuole agli incubi burocratici per il cambio di nome) e con l’ignoranza delle persone.

A Normal Lost Phone si fa, così, portavoce di una necessità impellente: quella di debellare la patologizzazione delle persone transgender. Dal 2018, l’International Classification of Diseases dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ha eliminato la dicitura “disforia di genere”, sostituendola con “incongruenza di genere” e spostandola dal capitolo dei disturbi a quello della salute sessuale. Ciò nonostante, l’adeguamento del frame sulla carta non ha ancora dato i frutti sperati nella percezione del pubblico.

Anche in questo caso, i videogiochi possono, nel loro piccolo, aiutare ad alimentare l’empatia con l’altro, per conoscere e conoscerci meglio.

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Scopri come i serious game possono essere utili nella vita quotidiana

Articolo di: Ambra Ferrari

PhD in Educazione nella Società Contemporanea, Ambra Ferrari si occupa di progetti di ricerca sui temi della Human Computer Interaction. Ludonarrativista ed esperta di UX, con Horizon Psytech & Games è docente di Master in Psicologia Digitale relativi al potenziamento cognitivo e l’arricchimento valoriale degli adulti tramite videogiochi commerciali. Oltre che con Laborplay, collabora anche con Video Game Therapy come autrice di recensioni psicologiche dedicate al mondo videoludico indipendente.

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