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The Outer Worlds

The Outer Worlds è essenzialmente un gioco di ruolo a mondo aperto. È stato sviluppato da Obsidian Entertainment e pubblicato da Private Division; ricorda molto Fallout, titolo di gran successo prodotto dagli stessi Obsidian. Il gioco è stato rilasciato per PlayStation 4, Xbox One e PC nel 2019 e a oggi è giocabile con Game Pass. Il videogame ha ricevuto il plauso della critica competente soprattutto per la personalizzazione e l’impatto che le decisioni hanno sulla trama. In questo articolo, senza fare spoiler, parleremo dunque di scelte, di dilemmi etici e di ironia come strumenti di libertà e di responsabilità.

La trama

Il tema è quello dello spazio, argomento che, se si guarda un po’ alla storia dei videogame, è stato dominante già nei primissimi arcade: Space Wars, Asteroids, Space Invaders e che, recentemente, ha avuto un boom di popolarità proprio durante la pandemia con titoli della portata di Among Us, No man’s Sky, Outer Wilds. A mio avviso non è una coincidenza questa correlazione tra isolamento forzato e viaggi spaziali. 

The Outer Worlds è un’esplorazione spaziale, una colonizzazione di un esopianeta. Qui vestiamo i panni di un colone, svegliatosi dopo l’ibernazione di circa un secolo, in una società ormai già ben avviata nel sistema planetario di Halcyon. Le mega-corporazioni già controllano economicamente tutto quanto, è nostro compito esplorare il mondo, la colonia di Alcione, cercando di prendere decisioni che influiscano sulla trama in modo che la conclusione del game play abbia un esito che ci soddisfi. 

L’intreccio di The Outer Worlds è ben scritto, con toni umoristici, stile colorato e caratterizzazioni interessanti: ogni personaggio ha una bella storia da scoprire. Il protagonista viene risvegliato da una criogenesi per mano di uno scienziato eretico, Phineas Welles. Ci trovavamo su una nave chiamata Hope, carica di centinaia di migliaia di coloni in animazione sospesa, i quali furono abbandonati nello spazio per ragioni non note. L’obiettivo sarà quello di combattere il Consiglio e le sue appendici che stanno causando la rovina di Halcyon e per farlo dovremo radunare un equipaggio, farlo maturare nelle competenze e recuperare la navicella Hope per risvegliare i coloni. Possiamo scegliere di risolvere le missioni servendoci di abilità di combattimento, in modalità stealth o attraverso skill oratorie. Sono bellissime anche le storie parallele, le possibilità di esplorare i vari pianeti, per mesi e mesi di gioco. È divertente anche il fatto che se si subiscono molti attacchi da robot o mostri pericolosi, si sviluppa, come malus, una fobia.

La critica sociale e l’ironia

Sono tanti i parallelismi che possiamo trovare tra la nostra società capitalista e l’esagerazione proposta nel videogame, tra pubblicità aggressive e personalizzate, un’imposizione di lavoro oltre le 20 ore giornaliere, in cui ci si ferma solo per andare al bagno, tutto proposto con una dose di ironia meravigliosa. Si sa, l’ironia è uno degli strumenti più sovversivi degli esseri umani, da sempre utilizzata dai pensatori critici e temuta dai dittatori. L’ironia è possibile solo se ci si allontana da un’istituzione, da un comportamento, così da considerarlo per quello che effettivamente è, ovvero qualcosa di non inevitabile, di poco serio, risibile. Ecco perché fa così paura a chi vuole mantenere salda e stabile l’istituzione: ogni sguardo dall’esterno è il punto di vista di un evaso. 

La risata è ciò che distrugge le catene nella caverna e ci libera, ma la risata è anche ciò che distrugge l’elitarismo di chi sta fuori dalla caverna. Anche in The Outer Worlds si criticano tanto i capitalisti quanto gli altri, altrimenti non sarebbe vera ironia, gli abitanti di Halcyon che si sono ribellati ai loro padroni aziendali diventano essi stessi delle parodie eccellenti.

Lo sapevano Eco, Rabelais, Plauto, Diogene, ne era a conoscenza Frankl, il quale utilizzava l’ironia per far allontanare il paziente dal suo stato di sofferenza, aiutandolo a considerarsi diverso dalla propria patologia e a guardarsi con distacco e leggerezza. 

Il mondo fu creato da un fanciullino che giocava e rideva, ci ricordano Eraclito e Nietzsche, e noi stessi, ridendo, otteniamo libertà e la diamo agli altri, accettando che possano ridere di noi. I conflitti nelle tribù africane, da Mali a Timbuctu, sono scongiurati da una tacita regola che prevede che ogni gruppo scherzi, giocando su pregiudizi rispettivi. Ecco forse il freestyle nei ghetti, un dissing in rima vissuto con ironia e scherzo, trasformato in arte attraverso il rap. Ecco la pratica del trash-talking sul campo da basket, una pratica ormai parte del regolamento non scritto. L’ironia è una valvola di sfogo per thanatos.

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Non linearità e bivi etici

L’aspetto sicuramente più osannato di The Outer Wilds è la trama non lineare. Detroit: Become Human fu un gioco in cui la personalizzazione e la ramificazione di trame possibili furono davvero impressionanti. Anche The Outer Worlds è un videogame la cui trama dipende fortemente da ciò che scegliamo moralmente. La vicenda è ricca di bivi, customizzabile e quindi piena di riflessioni filosofiche, esistenziali. Non stupisce che sia stato così ben accolto dalla critica, dimostrando che i team medi non sono secondi alle grandi software house. 

Obsidian, dopo il successo di Fallout: New Vegas, ebbe un periodo di crisi, pubblicando solo giochi a basso budget. The Outer Worlds li riporta al successo, apparendo come il degno erede del GDR del 2010, ambientato a Las Vegas. Ricorda in molte dinamiche Fallout: il protagonista è muto, la visuale è in prima persona, inoltre la gestione di risorse e abilità risulta similissima a quella del noto open world post-apocalittico.

Ma quali sono le decisioni morali che siamo chiamati a prendere durante il gameplay? I bivi che hanno reso così di successo tale videogioco? E cos’è l’etica? 

“Etica” ha a che fare con il comportamento umano e con i valori che sottendono le scelte. Risponde a qualunque aut aut che abbia a che fare con il giusto e lo sbagliato, con il bene e il male, con la vita buona e il danno evitato. Dalle decisioni più banali a quelle che prevedono vere e proprie aporie, nel quotidiano e in qualunque mestiere, ci troviamo ad affrontare tutta una serie di scelte morali, alcune in modo automatico, altre in maniera più ragionata. Fu Hegel a differenziare i concetti di Morale ed Etica, dove la prima categoria per l’idealista tedesco riguardava l’agire individuale, mentre la seconda era la realizzazione pratica del Bene di gruppo. Se la prima mostrava criticità e un chiudersi del soggetto in alibi che potevano giustificare qualunque condotta, proprio perché c’era un soggetto isolato che nelle sue scelte pensava di poter fare a meno degli altri e di ragionare solo intellettualisticamente, la seconda poneva in essere un bene concreto, frutto della reale applicazione sociale dei valori condivisi, per una realizzazione istituzionale di compromessi di giustizia. Che il bene e il male abbia a che fare con regole che riguardano l’agire pratico e con la giustizia è condiviso anche da Aristotele, per il quale Etica era tanto il giusto mezzo in ogni rapporto sociale, quanto la realizzazione della propria eccellenza razionale, di cui ne sarebbe valsa la felicità. Etica è, insomma, filosofia pratica. Etica è un ragionamento intorno alle conseguenze che le nostre azioni possono avere. Ha a che fare con l’agire e con gli altri. L’etica non avrebbe senso se fossimo soli; ha senso solo in un sistema di regole pubbliche, un ethos appunto, che fornisce la base attraverso cui applichiamo sanzioni o biasimiamo chi violasse l’idea di bene e di male. Non c’è un’unica etica, com’è ovvio. Ogni popolo  ha risposto a suo modo alla domanda sul giusto e sullo sbagliato, a seconda di ciò che riteneva essere l’eccellenza da proteggere e realizzare e l’ideale di vita buona e felice. Insomma, relativa è la risposta, ma universale è la domanda.

Spesso i trolley problem, i dilemmi che sembrano non avere un’uscita, ci paiono lontani dalla vita. Al contrario molto più spesso di quel che crediamo ci troviamo ad affrontare scelte le cui soluzioni sembrano entrambe giuste ed entrambe sbagliate. Mi riferisco ai dilemmi legati alla sperimentazione farmacologica sugli animali, alle scelte alimentari, al privilegiare una fetta di popolazione piuttosto che un’altra con determinate leggi, al capitalismo o il socialismo, alla libertà o il controllo, alla libera espressione o alla tutela dei sentimenti degli altri, alla scelta di essere ben retribuito o evitare di essere assunto in un’azienda che danneggia ambiente o diritti, alla verità o alla privacy, se un giornalista debba o meno pubblicare informazioni che possano essere potenzialmente dannose per la società, al perdono o alla punizione capitale, all’ecologia o lo sviluppo economico.

Sono tutti dilemmi che ci troviamo ad affrontare sempre. Il guaio è che molte volte accogliamo le scelte in modo pre-cosciente, perché facciamo parte di una tradizione che ha già operato quella via e noi la imbocchiamo senza allontanarci da essa e scegliere ogni volta in modo critico; anche qui la decisione riguarda se risparmiare tempo o assumersi la responsabilità ogni volta. Per la sperimentazione sugli animali c’è un chiaro pensiero alla base che si lega a una tradizione religiosa occidentale, che ci pone al centro del creato l’essere umano, o che ha sempre condotto sacrifici animali per ingraziarsi gli dei. In ogni caso ci si interpreta diversi e più importanti della natura da controllare a nostro vantaggio. Quest’idea ci legittima a sacrificare gli animali, essendo, questo, il male minore rispetto al beneficio di salvare vite umane. Eppure non è così scontato tutto questo. Se venisse sulla terra una civiltà aliena che ci interpretasse come individui sacrificabili, perché dal loro punto di vista non abbiamo un’anima o non abbiamo una cognizione tale da assicurarci dignità, ci andrebbe bene? Ci andrebbe bene essere cavie per farmaci? Saremmo felici di diventare animali da allevamento, indotti a fare figli per soddisfare una loro dieta (che pure avrebbe alternative, scegliendo prodotti non animali ugualmente nutritivi e adatti alla loro specie)? Per la sperimentazione farmacologica, qualora avesse un’alternativa come per l’alimentazione, magari potendo fare test tramite AI e in vitro? Alcuni potrebbero dubitarne preferendo sempre la via degli animali, addirittura perché banalmente la vita di un topo costerebbe meno. Si tratta sempre di mettere in pista i propri valori, stimando quello che pesa di più: spesa o vita non umana? Vita animale o antropocentrismo? Eppure se ci poniamo la domanda della civiltà alinea sono sicura che molti tentennerebbero. Etica, allora, è fermarsi e mettersi nei panni di tutti; è previsione dei danni e dei benefici, grazie all’empatia, alla comprensione e all’esperienza. Certo, il più possibile, perché ovviamente la perfezione non sarà mai di questo mondo.

Tornando a The Outer Worlds, anche qui siamo chiamati a decidere tutta una serie di dilemmi simili a quelli proposti sopra. Per esempio scegliere come gestire i conflitti tra fazioni rivali: il giocatore può scegliere di aiutare una fazione piuttosto che l’altra, oppure di trovare una soluzione pacifica che soddisfi entrambe le parti. Può decidere se uccidere o risparmiare i nemici. Può influire sulla vita degli abitanti delle colonie, decidendo se aiutarli a risolvere i loro problemi o se ignorarli, concentrandosi solo sui propri obiettivi. Può anche scegliere come gestire le risorse limitate per i coloni. Queste sono solo alcune delle decisioni morali che il giocatore può affrontare in The Outer Worlds. La cosa importante è che si vede sempre la portata concreta dei ragionamenti etici. Le scelte hanno sempre un impatto visibile sulla trama e sull’ambiente circostante. Ciò crea un’esperienza di gioco unica per ogni giocatore. 

Conclusione

Ho detto più volte quanto i videogame abbiano un impatto sulla capacità sociali, emotive degli esseri umani. Sono una sospensione dalla “vita vera”, ma una moratoria attiva, attraverso cui, sfidandosi contro una macchina e co-scrivendo, quindi, la trama, finiamo per addestrarci alle richieste della vita estesa, essendo quest’ultima sempre il modello da cui viene costruita la simulazione nel videogame. L’ironia insegna la libertà, le decisioni consapevoli, la responsabilità, perciò questo gioco, come molti altri GDR, diventa strumento di illuminismo, propedeutici a una identità flessibile e contemporaneamente solida.

E voi, come avete scelto?

di Lorenza Saettone, filosofa specializzata in Epistemologia e Cognitivismo, PhD Student in Robotics and Intelligent Machines for Healthcare and Wellness of Persons e redattrice del team Video Game Therapy®

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