Da Taylor a Shane: i Foo Fighters e il passaggio generazionale

Di padre in figlio. Nella musica, come nelle aziende del nostro Paese dove l’85% delle PMI è rappresentato da imprese familiari. E sono 3.400 quelle che dal 2007 sono coinvolte in complicati passaggi generazionali, per non parlare del fatto che un quarto delle attuali aziende pare abbia leader over 70 anni.

Per quanto tempo ancora potremo fingere che il passaggio generazionale non sia un tema aperto? Ma attenzione, solo il 25% delle imprese sopravvive alla seconda generazione e la percentuale scende al 15% se parliamo di sopravvivere alla terza.

Dati preoccupanti, dovuti probabilmente al fatto che alcuni imprenditori considerano la successione più come un evento che come un processo, più come un obbligo verso il passato che non, invece, un’importante opportunità per il futuro.

Parliamo di una fase del ciclo di vita aziendale in cui il cognome dovrebbe contare molto meno rispetto all’opportunità di trasmissione di valori, tangibili e intangibili, in un concerto di azioni mirate alla sopravvivenza e auspicabilmente ulteriore crescita dell’impresa.

Al contrario, un passaggio generazionale non adeguatamente preparato, può portare a perdite di valore non solo a causa del trauma che subirebbe l’intero sistema con il cambio di gestione, ma anche per gli oneri, soprattutto fiscali, connessi al trasferimento dell’azienda.

Avere per tempo consapevolezza della necessità di predisporre tutte le giuste accortezze per un soddisfacente passaggio delle redini aziendali è il prerequisito indispensabile per evitare errori come:

  • Dare precedenza agli equilibri familiari mettendo in secondo piano la competitività dell’impresa. Senza un’impresa forte non esistono famiglie forti, anzi.
  • Non dedicare tempo a valutare l’evoluzione della proprietà e della famiglia in un periodo medio-lungo, diciamo 5-10 anni. 
  • Non monitorare l’evoluzione del processo di ricambio in corso in modo da intervenire ove ce ne fosse la necessità. 
  • Non coinvolgere soggetti terzi, manager non familiari, consiglieri di amministrazione non familiari, consulenti, in grado di aiutare a gestire le forti emozioni in ballo con maggiore lucidità.


Il passaggio generazionale deve quindi essere considerato un processo, costruito in azienda giorno dopo giorno, con un passaggio graduale di responsabilità. Non è un evento spot e non è possibile pensare che tutto ciò accada in una notte. 

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Ma ci sono notti particolari, dove le emozioni si sciolgono e aspetti solo che piova per non piangere da solo.

Una notte come quella del 3 settembre, a Wembley, con il concerto-tributo dei Foo Fighters per ricordare Taylor Hawkins, il batterista morto troppo giovane qualche mese fa.

Una notte dove Shane Hawkins, il figlio sedicenne di Taylor, ha sostituito suo padre con una rabbiosa interpretazione di My Hero, mentre sul maxischermo alle sue spalle veniva proiettata una foto con il papà.

There goes my hero
Watch him as he goes
There goes my hero
He’s ordinary

Shane è un classe 2006, ha iniziato a suonare la batteria da piccolissimo seguendo le orme di suo padre e accompagnandolo molto spesso nei tour dei Foo Fighters in giro per gli Stati Uniti. Attualmente, suona la batteria negli Alive (gli stessi Alive che a marzo hanno aperto il concerto dei Foo Fighters al Lollapalooza, in Cile, pochi giorni prima che Taylor morisse) e si è anche esibito in più occasioni al fianco del padre.

Non stavamo proprio scrivendo di trasmissione di valori, tangibili e intangibili, in un concerto di azioni? 

Non saprei neanche se augurarglielo al giovane Shane, non so neanche se il padre Taylor avrebbe desiderato per il figlio una carriera da rockstar. Ma per una notte è bello vederlo lì, con Dave e gli altri, a suonare quella batteria. Fosse anche just for one day ha saputo farlo nel momento in cui contava dimostrarlo, governando emozioni e paragoni scomodissimi.

Il resto lo faranno, come succede sempre anche nelle aziende, le quattro risorse psicologiche fondamentali identificate da Angela Duckworth nei suoi studi sulla grinta:

  1. Interesse: questo ambito lo appassiona davvero? 
  2. Pratica: saprà dedicare le famose 10.000 ore a un allenamento mirato a individuare e correggere gli errori?
  3. Scopo: saprà vedere un fine ultimo e più alto, che vada oltre l’affermazione personale?
  4. Speranza: saprà sostenere il suo impegno anche quando le cose si metteranno peggio?

Dave Grohl ce l’aveva già cantato forte, sapremo affrontare gli elementi e i fattori che ci impediscono di essere la versione migliore di noi stessi? Siamo nati per resistere o per essere abusati?

Un crescendo costante, quel concerto di azioni, ha sempre fatto da sfondo a una presa di coscienza difficile da mettere in atto: l’importanza di reagire. La chitarra è già presente, entra il basso, poi la batteria. La voce è sempre più graffiata.

Il passaggio generazionale è anche un salto nel vuoto da accettare, emozioni che si accavallano in un equilibrio precario tra voglia di attaccare e desiderio di fuggire. La chiave di volta è la consapevolezza di se stessi perché quando si è schiavi dell’abitudine ci si priva delle proprie vere potenzialità.

Were you born to resist or be abused?
Is someone getting the best, the best, the best,
The best of you?

Articolo in collaborazione con webzine;

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