Eroi si nasce

Il concetto della predestinazione: Achille

Elena continuava a guardarlo in silenzio. Allora Priamo capì che non poteva più aspettare. Alzò gli occhi socchiudendo le palpebre, come si diceva che facesse Zeus per negarsi con dolore. Poi disse: fra le tante cose impossibili mi piacerebbe ascoltare Achille e Odisseo, Elena cara. Mi piacerebbe sapere se è vero quel che mi dici di loro. Vorrei sapere se anche Ettore di fronte al sovrano di Itaca si comporterebbe come Achille. Se è vero che Ettore e Achille sono simili come dici, magari sapremo qualcosa di quella famosa lite”.

L’Iliade è pervasa completamente dalla figura di Achille: inizia con lui, prosegue con lui, ne narra le gesta, ne intuiamo la morte. Questo poema epico nasce con l’intento di renderlo l’effettivo protagonista nonostante sia forse la figura più lontana da ogni nostro sentimento umano di empatia. È tremendo con la sua ira, è feroce con tutti, in primis con gli Achei, se potessimo scegliere vorremmo che Ettore lo sconfiggesse, che Priamo a tradimento lo colpisse, che Atena lo abbandonasse. Empatizziamo con lui solo in quel momento in cui vigliaccamente è ucciso da Paride nascosto forse in un cespuglio, senza alcun onore. Eppure è lui l’eroe predestinato, nato per diventare grande in battaglia anche se consapevole che la morte che incontrerà è quasi ancora più certa della gloria che riceverà.

Ci sono momenti in cui Achille ci ricorda un po’ Terminator di Schwarzenegger, un essere programmato per uccidere. E ci chiediamo se, a parti invertite, in un Terminator 2 in salsa achea, Achille non avrebbe per propria (vana) gloria potuto addirittura combattere per i troiani come un Lukaku qualsiasi ingaggiato da chi paga di più. E questo è proprio il punto del nostro discorso. Perché la risposta è “sì, Achille avrebbe potuto farlo!

E avrebbe potuto farlo perché Achille è un eroe per sé, destinato alla sua stessa grandezza e non quella di una collettività. Non è un leader. Effonde fiducia più che infonderla. Ed è anche per questo che forse ci sta un po’ sulle scatole. 

La chiave di quella nostra antipatia credo stia proprio nella sua predestinazione. Tante volte viene da chiedersi se lui scelga quel che fa. Achille sceglie la sua ira? Sceglie la sua disumanità? Achille sceglie di essere “grande e veloce”? No, lui lo è e basta. Anzi a tratti si ha addirittura la percezione che sia travolto dai suoi stessi sentimenti: un adolescente (cosa che di fatto era) inconsapevole di quel che gli accade e alla rincorsa di ogni singola emozione vissuta a pieno e in modo completamente grandioso.

Ben differente era la sorte toccata al contraltare, quel Ettore che lui uccide, che nulla può contro Achille, che a noi sta molto più simpatico, che è la nostra umanità e che fa vacillare la nostra concezione dell’eroe che vince. Chiamiamola “dura legge del gol” ma è difficile pensare a un eroe perdente. Eppure a noi resta impresso il bacio sulla fronte di suo figlio Astianatte prima di non vederlo mai più e il saluto con quell’ultimo sguardo alla bellissima moglie Andromaca, che lo implora di non andare e di scegliere il disonore. Avrebbe potuto, ma non lo ha fatto. 

Ettore usa il proprio destino come giustificazione, perché non è il destino a chiamarlo alla battaglia e nemmeno Achille infuriato che urla sotto le mura di Troia. A farlo uscire verso la propria fine è “solo” la sua volontà e il suo senso del dovere. Oggi la chiameremmo accountability perché abbiamo paura a utilizzare la parola “volontà” (se solo Nietzsche lo sapesse…), ma quello è. Ettore è un leader che sceglie con il proprio comportamento di fare due cose. Di difendere la propria città, non per se stesso e non per la propria gloria, ma per sua moglie, suo figlio, suo padre Priamo e il suo popolo. E di essere un esempio da seguire per sua moglie, per suo figlio, per suo padre e per tutto il suo popolo. In questi due elementi si consuma la sua grandezza. Nel contrario di questi due elementi sfiorisce l’eroismo di Achille predestinato ad essere l’eroe. Achille che sceglie di non combattere per uno sgarbo di Agamennone e di “addurre infiniti lutti agli Achei”, il suo popolo. Achille che non avrà pietà nemmeno del corpo del suo nemico, torturandolo, massacrandolo e sfigurandolo come una bestia. 

Ettore sceglie la sua fine in contrapposizione ad Achille che è destinato a quella fine. Ettore poteva disertare (anche se a tutti noi sembra una bestemmia anche il solo fatto di pensarlo), ma sceglie di non farlo. Il discrimine tra i due sta nella scelta e nella libertà di poterla fare. E per dei tipi come noi la libertà non è una cosa che possiamo mettere in secondo piano. La libertà ci risuona dentro anche senza volerlo. La libertà ha a che fare con il nostro alzarci tutte le mattine, cercare di trovare soluzioni nuove e scegliere almeno parzialmente la nostra nuova forma di vita. E la libertà ha che fare con l’etica perché quando scegliamo abbiamo sempre davanti qualcosa che riteniamo buono (per noi e/o per gli altri) e qualcosa che riteniamo, se non cattivo, meno buono (per noi e/o per gli altri). “La libertà non è una filosofia e neppure un’idea: è un movimento della coscienza che ci porta, in certi momenti, a pronunciare due monosillabi: Sì o No. Nella loro brevità, istantanea come la luce del lampo, si dipinge il segno contraddittorio della natura umana”.

Forse però essere come Ettore è davvero più difficile e richiede il farsi domande ogni giorno. Essere come Ettore significa essere esposti all’incertezza e alla lunga l’incertezza, se governata da soli, può diventare molto faticosa, anche per i leader “eroi”.

E allora vedi, caro Achille, che alla fine qualcosa te la dobbiamo? Ti dobbiamo il pensiero che la tua vita predestinata è tanto facile quanto incompleta. 

E a noi questo, per le nostre di vite, non sta molto bene. 

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